Il contratto di lavoro a tempo determinato (D.lgs. 368/2001, L. n. 247/2007, D.lgs. 81/2015, D.L. n. 87 del 12/07/2018 convertito, con modificazioni, in Legge n. 96 del 9/08/2018 c.d. Decreto Dignità, Circ. Min. Lav. n. 17/2018) costituisce una eccezione alla regola generale del rapporto a tempo indeterminato.

Negli ultimi anni tale istituto è stato più volte modificato dal legislatore.

Con il D.Lgs. 368/2001 veniva introdotto il cosiddetto “causalone” ovvero la possibilità di instaurare un contratto a termine purché ci fossero, alternativamente o congiuntamente,  le ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo,sostitutivo.

Il D.lgs. 81/2015 ha poi rivoluzionato la disciplina del contratto a termine prevedendo la possibilità che lo stesso potesse essere utilizzato per qualsiasi esigenza e per lo svolgimento di qualsiasi mansione.

Successivamente però con il c.d. Decreto Dignità  si è tornati al passato re-introducendo la disciplina della causali seppur rinominata in modo diverso.

DURATA DEL CONTRATTO E LE CAUSALI

L’art. 19 del D.lgs. 81/2015 fissava la durata massima del contratto a 36 mesi (fatta eccezione per le attività stagionali), mentre la nuova legge ha abbassato questo limite a 24 mesi con riferimento ai rapporti stipulati tra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore, anche per effetto di una successione di contratti, o di periodi di missione in somministrazione a tempo determinato, conclusi per lo svolgimento di mansioni di pari livello e categoria legale, indipendentemente dai periodi di interruzione.

I contratti collettivi nazionali, territoriali o aziendali stipulati dalle associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale potranno continuare a prevedere una durata diversa, anche superiore, rispetto al nuovo limite massimo dei 24 mesi.

Tra le novità più importanti apportate dal Decreto Dignità c’è, appunto,  la reintroduzione delle causali.

Infatti, qualora venga stipulato un contratto di durata superiore a 12 mesi, è necessaria la presenza di determinate condizioni (c.d. causali). Tali causali, sono rappresentate esclusivamente da:

  • esigenze temporanee e oggettive, estranee all’ordinaria attività;
  • esigenze di sostituzione di altri lavoratori;
  • esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili, dell’attività ordinaria.

L’art. 19 co. 1-bis stabilisce che in caso di stipulazione di un contratto di durata superiore a dodici mesi in assenza delle condizioni di cui sopra, il contratto si trasforma in contratto a tempo indeterminato dalla data di superamento del termine di dodici mesi.

PROROGHE E RINNOVI

Se la durata iniziale del contratto è inferiore a 24 mesi, è possibile prorogare il termine del contratto entro il limite di durata complessiva dei 24 mesi.

Il nuovo art. 21 del D.lgs. 81/2015 stabilisce che il contratto a termine può essere rinnovato (dopo la sua scadenza) solo in presenza delle condizioni di cui all’art. 19, e può essere prorogato (prima della scadenza) liberamente solo nei primi dodici mesi, superati i quali sarà sempre necessario indicare una delle casuali previste dall’art. 19.

Il numero delle proroghe è passato da 5 a 4 nell’arco dei 24 mesi, pena la trasformazione del contratto a tempo indeterminato. In ogni caso, la proroga presuppone che restino invariate le ragioni che avevano giustificato inizialmente l’assunzione a termine, altrimenti si tratterebbe di un rinnovo.

I contratti a termine per attività stagionali possono essere rinnovati o prorogati anche in assenza di dette condizioni.

La riassunzione a termine (la cosiddetta successione di contratti a termine) del lavoratore è consentita a condizione che tra la fine e di un contratto a termine e l’inizio di un altro trascorra un intervallo minimo di tempo di:

  • 20 giorni se il contratto scaduto (proroghe comprese) aveva durata superiore a 6 mesi;
  • 10 giorni se il contratto scaduto (proroghe comprese) aveva durata pari o inferiore a 6 mese.

Resta ferma invece la possibilità di cui all’art. 19, comma 3, del D.lgs. n. 81/2015 ai sensi del quale, raggiunto il limite massimo di durata del contratto a termine, le stesse parti possono stipulare un ulteriore contratto della durata massima di 12 mesi presso le sedi territorialmente competenti dell’Ispettorato nazionale del lavoro.

Inoltre, dopo la scadenza dei 24 mesi è possibile proseguire il rapporto, pagando una maggiorazione retributiva al lavoratore, per un periodo massimo di:

  • 50 giorni, per i contratti di durata iniziale pari o superiore a 6 mesi;
  • 30 giorni, per i contratti di durata inferiore.

Se il rapporto di lavoro continua oltre il trentesimo giorno in caso di contratto di durata inferiore a 6 mesi, ovvero oltre il cinquantesimo giorno negli altri casi, il contratto si considera a tempo indeterminato dalla scadenza dei predetti termini.

Il recesso delle parti prima della scadenza del termine prefissato è consentito solo per mutuo consenso o in presenza di giusta causa.